Sunwatchers – II [Trouble in Mind, 2018]

Parte con un attacco alla Goat, sospeso tra afrobeat e psichedelia, per poi precipitare rovinosamente in un pazzo vortice free jazz, dal quale partono forti raffiche di vento caldo che sferzano l’aria per i due minuti successivi. Il resto del disco (il secondo dei Sunwatchers, primo per Trouble in Mind) si muove su un terreno umido e fertile sul quale crescono, copiose e forti, diverse e strane piante che vanno a formare un giardino botanico delle meraviglie: vi si trovano, diversamente mescolati, fiori di jazz etiope (Mulatu Astatke, Getatchew Mekuria) e free jazz newyorkese (Pharoah Sanders e Albert Ayler su tutti – è da una canzone di quest’ultimo grande sassofonista che la band prende il nome, ndr), cespugli di tedesca ripetizione contaminata dal funk, esotiche erbe thailandesi e gramigne di rumorosa, dissonante no-wave; e persino qualche piccola insana pianta di “classicismo” newyorkese (i.e. Velvet Underground: l’ultimo pezzo, Flowers of the Water, è dedicato a un certo Lou, e chissà che non sia proprio quel Lou).

Il suono è caldissimo, spastico e avvolgente. Solare ma anche esploratore di abissi. Difficilmente classificabile, ma ciononostante – o forse proprio per questo – è un suono che si fa amare al primo ascolto. Il rumore creato dalla solida interazione degli strumenti (tra i quali un electric phin, chitarra thailandese dalle insospettabili qualità psichedeliche), che fa il paio con caldi e desertici spirituals che sfiorano la sinfonia (jazz), esce catartico e liberatorio, quasi emancipatorio oserei dire e non la tento a caso. Basta dare un’occhiata a quella copertina, così partigiana e iconica, alla quale sono affidate le uniche parole di un disco che, per il resto, è interamente strumentale; parole che sottendono ideologie anti-barbariche («to actually become the hammer that falls on capitalism is our goal» spiega piuttosto chiaramente il chitarrista Jim McHugh ai tipi di Bandcamp daily) le quali, nella fattispecie, non restano slogan ma si fanno prassi: parte dei proventi derivanti dalle vendite del disco saranno donati a organizzazioni che si battono per l’abolizione del sistema carcerario.

Vi lascio con il singolo, Silent Boogie, boogie niente affatto silente, ma agile e folgorante mescolanza di Stooges e free jazz. E a questo link una vera chicca, la cover di Aurora Borealis dei Meat Puppets.

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