Archie and the Bunkers – Songs from the Lodge [Dirty Water, 2018]

Archie and the Bunkers_Songs from the LodgeÈ un piacere intimo, viscerale, ascoltare un nuovo disco degli Archie and the Bunkers. Perché quando questi due fratelli di 19 e 17 anni ti afferrano alla gola con quegli inni irresistibili, pestando un organo e una batteria come se fosse una cosa estremamente necessaria – “la cosa da fare” – ti accorgi e ti ricordi di quanto il punk possa essere una forza liberatrice.

È rock’n’roll ridotto all’osso delle sue possibilità strettamente musicali ed esaltato nelle sue capacità espressive, quello che trovate su “Songs from the Lodge”, compagno stretto e allo stesso tempo distante, nel tempo come negli esiti, di quello dei grandi campioni del minimalismo: i Ramones. Una cosa rozza e sfacciata, capace di disarmare quanti abituati alle sviolinate delle progressioni più ardite, e di mettere il fuoco al culo a chi, invece, ha imparato che il rock’n’roll è a saltare e divertirsi e vomitare bile.

“Songs from the Lodge” riparte dal garage punk filo-crampsiano che schizzava tra i solchi dell’esordio omonimo, arricchendolo d’esperienza e padronanza e premendo più forte sulla tanto cara vena soul (Cullen, l’organista, ha imparato a suonare il piano su un Greatest Hits del grande pianista soul jazz Jimmy Smith). Le due voci, poi, hanno acquistato corpo e sfumature, avvicinandosi con la grazia di un Iggy periodo Stooges a quelle dei più grandi crooner del rock’n’roll dei fifties. La produzione di Jim Diamond (The Dirtbombs, White Stripes) ci mette il resto, facendo emergere tutta la crudezza e la bellezza delle canzoni.

Tutto il disco è un incendio indomabile, e le fiamme volano sempre belle alte. Riot City è un trascinante inno punk impreziosito dai coretti. Fire Walk With Me, che fa il paio con The Traveler (uscita solo come singolo), è forse l’esempio più pregnante della maturità compositiva raggiunta dei due fratelli, e una ballata soul punk da togliere il fiato. You’re My Peacemaker e Cutting Edge hanno i colori cangianti del punk inglese (Damned e Stranglers), mentre Midnight Attraction è un capolavoro di proto punk da far invidia al vecchio Iggy, o al compianto Stiv. Ciliegina sulla torta, la cover di 122 Hours of Fear degli Screamers a chiusura dell’opera, come a ricordarci da dove vengono e da dove veniamo.

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