Piatto pesante #3

Torno a riempire il piatto pesante con una manciata di buone uscite hard & heavy di questi mesi infami – per reprimere, ma anche un po’ per assecondare, il caldo asfissiante che bussa insistente e aggressivo e che mi spinge fuori casa.

Aboleth – Benthos [Wurm Group]: dirt metal: così si autodefiniscono gli Aboleth, trio californiano capitanato da questa tipa giovanissima la cui voce ricorda un po’ quella di Janis Joplin, ma molto più incazzata. E va detto che, una volta tanto, la definizione di un ufficio stampa ha colpito nel segno. Che poi questo dirt metal altro non è che un heavy blues (un blues che a volte occupa tutto lo spazio, come in Sharktown Blues e The Devil) carico di fuzz, sporco e aggressivo, che ti viene da far su e giù con la testolina, impreziosito da una rancida e sognante voce blues che tira più di un paio di buoi. No, non salveranno il rock (non c’è mai stato bisogno di salvarlo, su, siamo seri), ma se questa cosa non vi fa smuovere il culo avete davvero qualche problema.

[loro][l’etichetta]

 

Graveyard – Peace [Nuclear Blast]: passati dallo scioglimento alla reunion in poco più di quattro mesi, i Graveyard in assenza di Sjoberg tornano al grido di It Ain’t Over Yet con una quinta prova che li rimette in pista duri e caldi come sempre. Sarà sfiorito l’hype (l’hype? ma l’ho scritto davvero? ma cristo siamo nel fottuto 2018, rock e hype non vanno più d’accordo da un pezzo), ma la classe è ancora tutta lì. Una classe che si esprime attraverso una sapiente e articolata mistura di pezzi da tiro e ballate più o meno hard, con il solito elemento soul a far da piacevole e originale sottofondo. Non date retta a chi dice che son sfioriti, mettete su Walk On, buttate giù il finestrino e tirate dritto.

[loro][l’etichetta]

 

Green Desert Water – Solar Plexus [Small Stone]: poi c’è questo power trio spagnolo che salta fiero dall’EP all’album d’esordio con una personalità sorprendente, regalando bei momenti di grazia hard rock e furiose cavalcate stoner che spesso finiscono per sciogliersi nell’acido. È caldo, caldissimo, da tormentone estivo di un mondo migliore. Quasi obbligatorio il replay arrivati alla fine del disco, tanto è sincero e ben fatto (e non troppo lungo, il che non guasta). Se la gioca tranquillamente, scalciando come un mulo impazzito, per la palma di disco pesante e di miglior disco d’esordio dell’anno in corso.

[loro][l’etichetta]

 

Yob – Our Raw Heart [Relapse]: non conosco benissimo il passato e la storia degli Yob (avendo ascoltato, pur con estrema goduria, solo tre dischi su nove), quindi non sarei neanche la persona più adatta a scrivere di “Our Raw Heart”. Non posso farne una critica ardita e puntuale, discuterne la grandezza rispetto ai precedenti, questo no, non ne sarei capace. E però questo disco – parto durissimo e sofferto dopo una malattia che ha quasi messo al tappeto il buon Mike – mi ha smosso qualcosa dentro e allora mi permetto almeno di venire a cianciarne. E vi dico questo: se amate il doom, quello serio e duro ma anche carico di atmosfere e spiritualità, se avete bisogno di qualcosa che pesti fortissimo ma che, allo stesso tempo, rilassi ed espanda la mente, ecco, allora questo è esattamente il disco che fa per voi.

[loro][l’etichetta]

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