Un libro e un disco: «Santuario» di William Faulkner e «John Lee Hooker’s World Today» di Hugo Race & Michelangelo Russo

La chiamerò rubrica, ma voi non crediate che mi metta a seguire una qualche temporalità predefinita, che possa venirne fuori con questa cosa ogni tot. No. Lo farò solo quando i neuroni si sentiranno di fare questi dannati e strampalati collegamenti.

E questa volta, la prima qui sul blog (ne ho fatti altri nella vita, ma li ho dimenticati tutti), i neuroni hanno collegato Santuario di William Faulkner a John Lee Hooker’s World Today della coppia dei bassifondi Hugo Race e Michelangelo Russo.

William_Faulkner__Santuario__coverIl primo, il romanzo dell’affermazione di massa di quel genio della metafora che era Faulkner (nella traduzione di Mario Materassi per la Biblioteca Adelphi), e il meno amato dallo stesso autore, che lo aveva scritto unicamente – dice lui, ma si stenta a credergli – per tirar su due soldi e smetterla di sfacchinare. Una storia nerissima (altro che quei cosi che escono a frotte oggi, e che le case editrici si ostinano a chiamare «noir») ambientata tra Mississipi e Missouri nel 1929, anno di crisi in epoca di proibizionismo alcolico: una storia appiccicosa, carica di ansia e catrame, sabbia, fango, pagliette sbilenche e pannocchie schiacciate, alcool a fiumi e tabacco rollato a mano, sesso mai consumato ma fonte di ossessione. Protagonisti: la carne giovane di Temple (nomen omen) che fa girare più teste, il segreto alcolico di una vecchia casa cadente sperduta in un bosco di cedri, l’idealismo di un avvocato solo, la resilienza di una donna pestata a sangue dalla vita e dagli uomini, negri (mi scuserete: è filologia, non razzismo) assassini che cantano bellissimi spiritual, cittadine zeppe di puritani infami; un libro oscuro e pessimista, le cui scene cruente e impudiche sono appena abbozzate, lasciate lì per essere immaginate e completate dall’ansia del lettore. Una narrazione costruita su similitudini e metafore ardite, su ripetizioni di parole o frasi o elementi di descrizioni, che finiscono per rimanere stampate a fuoco nella testa di chi legge. Un capolavoro, a tratti barocco e difficile, ma comunque un capolavoro.

Hugo Race And Michelangelo Russo - John Lee Hooker's World TodayDi qua del fiume, a fare da colonna sonora al libro, l’omaggio di due vecchi sodali – entrambi nei True Spirit – a John Lee Hooker. Anche qui, dunque, il luogo del delitto è il fangoso e inquietante Delta del Mississipi. Un omaggio vero e per nulla didascalico, quello dei Nostri, fatto di otto cover «spaziali»; di riff blues che vengono e si ritraggono come onde sulla battigia, infrangendosi lenti e pastosi su uno scuro tappeto di sabbia, alcol e catrame; da una chitarra calda e ruvida che sembra nasca al centro del deserto, da riverberi elettronici e da un’armonica inquietante. Sopra tutto questo, a salmodiare, il timbro basso e oscuro di Hugo Race, una delle voci più belle del rock degli ultimi vent’anni: una voce che pare un monito sinistro, una minaccia alla tranquillità, che racconta le storie del vecchio bluesman come fossero storielle dell’orrore. Ne esce fuori un disco di blues ambient e sperimentale, nero come la pece e come il libro per il quale, suo malgrado, l’ho costretto a suonare. John Lee Hooker’s World Today, registrato in un’unica lunga sessione a Berlino nello studio andereBaustelle di Boris Wilsdorf (Einsturzende Neubauten), è uscito l’anno scorso per i tipi della Glitterhouse Records e si può acquistare qui, per esempio, su discogs o dal vostro negozio indipendente preferito.

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