Amelie Tritesse – Sangue di provincia [A Morte Dischi, 2018]

Sangue di provincia_cover

Tra «provincia» e «provinciale» c’è un abisso che pochi riescono a cogliere o anche soltanto a immaginare. Provinciale è non solo la fanatica esaltazione del proprio orticello, un campanilismo esagerato e ridicolo, ma anche il suo contrario, e cioè l’idea che la provincia incarni il male supremo e che là fuori ci sia il paradiso e il nuovo sempre (avete presente «succede solo in Italia»?). È per questo preciso motivo che è possibile scrivere e cantare la provincia senza essere per nulla provinciali; anzi, essendo la negazione assoluta del provincialismo. Non che gli Amelie Tritesse abbiano inventato quest’arte, per carità, è vecchia come la musica popolare a occhio e croce, ma quel che è sicuro è che loro lo fanno dannatamente bene. Un’altra cosa abbastanza certa è che la platea di chi pratica quest’arte è a dir poco ristretta, essendo in tanti troppo impegnati a cercare il paradiso altrove. E invece gli Amelie Tritesse quest’arte l’hanno addirittura affinata e raffinata nel corso degli anni, ampliando la materia prima dei testi – ma dovrei dire dei racconti – e ridefinendo parzialmente il fuoco sui personaggi che li popolano. La musica poi, anche quella – bontà loro e fortuna nostra -, ha sottolineato alcune cose facendosi più interessante.

Partendo da qui, dai suoni, ciò che risulta evidente a chiunque passi distrattamente porgendo l’orecchio, è che siamo grosso modo sulle stesse coordinate del gustoso album d’esordio – e cioè quelle di una vivace giostra rock’n’roll che ci ricorda i grandi Gun Club, certe cose dell’alternative rock nostrano (Massimo Volume e Diaframma su tutti), folk ed elettronica variamente assortiti. Una giostra spinta dal cantato-parlato di Manuel Graziani e da preziosi coretti che stanno spesso sullo sfondo ma alle volte si mostrano aggressivi. Rispetto a questo quadro qualcosa a ben vedere si è spostato, anche se di poco. L’elettronica s’è fatta più viva e potente (i synth su Guantoni e Son of Italy sono da brividi), il folk è un po’ arretrato (ma a volte si riprende la scena, come in Uno stratosferico coglione o in Cristo tra i muratori) e il rock lo ha scavalcato di slancio. Il basso è uscito fuori bello potente dal mix, le chitarre tagliano e a volte si sborda poco poco nel noise: l’offesa ai timpani è ben gradita e si gode delle ferite.

E poi ci sono i testi – i racconti dicevo -, che hanno una parte importantissima nel fare la bellezza del disco. Testi che oggi, come già allora, disegnano quadretti di potente lirismo provinciale, storie minime di personaggi minimi affidate a una scrittura che sa dar loro uno spessore epico e un sapore acidulo. C’è tanto da ricordare, ci sarebbe tanto da dire. La poesia working class che lascia col fiato sospeso di Cristo tra i muratori e la migrazione oltreoceano che finisce in vacca raccontata su Son of Italy (entrambe di ascendenza letteraria) sono tra le cose migliori. Poi ci sono i cantici dei cantici della provincia sperduta: le serate noiose e tutte uguali che per forza di cose devono diventare epiche e memorabili (Guantoni), o la piccola città «delle calate per il corso / del vino rosso / dell’eroina all’ingrosso», celebrata e sbeffeggiata in egual misura da Questa è la città. O ancora, c’è il bel testo di Sangue di provincia, assemblato facendo cut-up con le recensioni del disco precedente (c’è anche la mia e non so, faccio davvero fatica a immaginare qualcosa di più bello dell’aver partecipato in qualche modo alla scrittura di questo testo); c’è la voglia di giocare con le parole e con le rime, come nel mercato all’ingrosso di rime baciate (e non) contenuto nel gioiellino Seymandi.

C’è questo e tanto altro dentro “Sangue di provincia”, ma è un piacere scoprirlo scavando e non vorrei togliervi il badile dalle mani: potreste iniziare, credo io, con il video di Sangue di provincia, procedendo poi all’ingollo del disco intero in un’unica soluzione. Se ne uscirete felici, come credo sempre io, potrete acquistarlo qui.


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