Il tardo e turgido listone: i migliori album del 2018

Ce l’ho fatta anche stavolta. Con due mesi in ritardo sulle prime classifiche del 2018 e un mese sulla chiusura dell’anno, ecco il tardo e turgido listone di Loud Notes.

Non c’è bisogno che mi dilunghi troppo in spiegazioni: la struttura della lista è quella usata l’anno scorso. C’è una sola novità, ma è una novità di sostanza. Il jazz, il funk, le musiche popolari e l’afrobeat, che son diventati da tempo deliziosi compagni di invernali serate «divanose» o di estive scorrazzate su quattro ruote, sono saliti a inondare i piani alti di fiati e groove. Sarebbe inutile nasconderlo e allora è meglio renderlo palese: i miei ascolti, senza tradire le rumorose colonne sonore del viaggio fin qui, si stanno orientando verso quella direzione (è accaduto altre volte che sterzassi così e c’è stato sempre un «colpevole», un disco che ha funzionato da catalizzatore: in questo caso credo di averlo individuato in “World Music” dei Goat). E io beato assecondo, aiutato in questo viaggio da un’«industria musicale» sempre più decentrata, dove quelle che una volta erano periferie degradate si stanno via via imponendo come nodi di una certa importanza, brillando di luce propria e influenzando artisti di diversa estrazione.

A tal proposito voglio fare due nomi: due nomi di etichette che andranno ad arricchire la mia lista di link. Analog Africa, label francofortese che da tempo sta scavando e portando alla luce gemme di musica africana degli anni Settanta; e Instant Classic, label polacca che sta producendo cose egregie e varie – tra psichedelia, folk esteuropeo, elettronica, kraut rock, drone metal -, tra le migliori del vecchio continente.

È tutto, il resto lo lascio dire alla musica e alla lista, come al solito bella corposa e turgida. Mettetevi comodi e alzate il volume.

Il pantheon, ovvero i migliori

All Them Witches – ATW [New West]: Gli ATW sembrano aver imboccato la strada giusta, riuscendo a superare persino il gran lavoro dell’anno scorso, “Sleeping Through the War”. La virata verso un hard rock dal timbro moderno è qui ancora più sensibile. È una musica calda, aperta e solare quella che esce dai solchi di questo omonimo, un blues rock che i Nostri sanno maneggiare e modellare come dei mastri artigiani del suono.


Amelie Tritesse – Sangue di provincia [Autoproduzione A Morte Dischi]: il sangue di provincia scorre a fiumi, colorando testi e musica della band teramana. Una musica che, partendo da una base alternative rock con cantato-parlato, tocca colline folk e pianure di suoni elettronici. Racconti che pullulano di vite periferiche, di epicità stradaiola da piccola città, di storie working class. E il resto qui.


Anna von Hausswolff – Dead Magic [City Slang]: il capolavoro di Anna von Hausswolff, artista svedese con la fascinazione per il black metal e il misticismo, nasce dall’incontro e dal miscuglio di più generi, e da una scrittura finalmente libera da schemi e laccioli. È una darkwave pregna di umori classici, folk gotici e drone metal (produce un certo Randal Dunn, presente?), resa terribilmente ammaliante dal pipe organ della Marmor Kirken di Copenhagen, che Anna suona da dea. E il resto qui.


Dirtmusic – Bu Bir Ruya [Glitterbeat]: il deserto, i confini, le migrazioni, la sabbia in gola; il blues, il folk e il rock psichedelico che si mischiano e si fondono con la psichedelia e la musica popolare turca (qui rappresentate da Brenna MacCrimmon, Gaye Su Akyol e Murat Ertel) e riconoscibili echi giamaicani. Esseri simili che si incontrano e si riconoscono. La voce di Hugo Race, bella oscura e pericolosa come sempre, si staglia su un rock desertico di tanti deserti e tanti disperati attraversamenti. «Hey, mister, don’t you know the world is getting smaller? / I need you to help me get across the border.»


Gnod – Chaper Perilous [Rocket]: messo da parte per un istante il momento «te lo dico e te lo suono dritto in faccia», i Gnod tornano a fare ciò che sanno fare bene: perdersi e pestare fortissimo. Perdersi in fiumi di ripetizioni kraute ossessive e sperimentali; pestare con la forza di un heavy-psych che assume spesso e volentieri connotati noise, coi volumi sul rosso. E stavolta fanno davvero male.


Idles – Joy As an Act of Resistance [Partisan]: non dovrei dirlo perché questa non è una classifica coi numerini e le posizioni, però la cosa mi preme da dentro e non ce la faccio a tenerla: è questo il disco dell’anno, senz’ombra di dubbio. Gli Idles sono riusciti a portare musica e testi del già bellissimo “Brutalism” su un altro livello. Danny Nedelko è la canzone dell’anno. E muti.


Idris Ackamoor and the Pyramids – An Angel Fell [Strut]: tra spiritual jazz, afrobeat, funk e dub si snodano le tracce di uno degli album più belli del 2018, il terzo di Idris e i suoi Pyramids dal loro ritorno sulle scene nel 2011. Ci vuole veramente poco a entrare in connessione con questi pezzi caldi e appiccicosi, con le memorabili trame dei fiati, i ritmi che cambiano, i momenti più calmi che rasentano lo space jazz.


Mythic Sunship – Another Shape of Psychedelic Music [El Paraiso]: dopo aver passato qualche anno e diversi dischi a deliziarci con le loro folli jam spaziali, senza preavviso alcuno lanciano la bomba, incamerando un sax e dando un’altra forma alla loro musica psichedelica. Una forma ammaliante, che si muove sicura tra space rock e jazz spirituale, che a volte impazzisce e prende forme più libere. Una bellezza infinita.


Northwoods – Wasteland [Shove/Brigante/Mothership]: hardcore metal da Perugia, di quello che picchia forte e ti toglie il terreno da sotto i piedi. Attacchi all’arma bianca, stacchi e ripartenze, la voce che sputa parole al vetriolo con rabbia e disperazione e una produzione eccellente, fanno di questo disco una delle cose migliori uscite fuori dal buco del culo dello stivale nel 2018. E il resto – poco – qui.


Parquet Courts – Wide Awaaaaake! [Rough Trade]: da dire qui c’è veramente poco. Se non li conoscete vi siete persi una delle poche band indie rock veramente importanti dell’ultimo decennio. Se non avete ancora ascoltato questo disco vi siete persi il loro miglior disco. Fine.


Sleep – The Sciences [Third Man]: non se lo aspettava nessuno, l’ultimo disco degli Sleep. Zitti zitti, l’hanno fatto e sfornato. E per la fortuna e il gusto di chi ascolta, non hanno tentato un nuovo“Dopesmoker”, producendosi invece nella migliore attualizzazione possibile del loro classico stoner/doom ossessivo, di ascendenza Sabbathiana. «Ben fatto».


Sterbus – Real Estate/Fake Inverno [autoprodotto]: di questo disco ho scritto lungamente la settimana scorsa, qualsiasi cosa suonerebbe ridondante. Ho mancato di sottolineare una cosa sola: è il disco pop dell’anno (pur essendo – o forse proprio per questo – molto più di un disco pop). Punto. E il resto qui.


Sunwatchers – II [Trouble in Mind]: gran compagno dello scorso inverno, il secondo dei Sunwatchers mischia suoni della no-wave neworkese e inserti di folk thailandese a un corpus organico di psichedelia afro jazz e free jazz. Ne esce fuori qualcosa di folle, caldo e catartico, che può suonare morbida composizione o ruvido attacco noise. E il resto qui


The Ex – 27 Passports [Ex]: ormai è dogma acquisito: se ti chiami The Ex non puoi sbagliare un disco, non ce la fai proprio ma neanche volendo. Puoi solo metter sotto tutti quanti e insegnare come si fa, oggi, quasi vent’anni dentro il XXI secolo, l’alternative rock, come si impara dal resto del mondo, ci si fonde con quello e se ne tira fuori il meglio. Ecco.


Throat – Bareback [Svart]: il miglior disco noise dell’anno lo trovate nei solchi del terzo album dei Throat. Tra doom industriale, post-hardcore, indie rock col fuoco al culo e rasoiate di rumore a guarnire, c’è veramente tutto quello che serve e pure quel pizzico in più che ne fa un must. E il resto qui.


Tropical Fuck Storm – A Laughing Death in Meatspace [TFS/Mistletone/Joyful Noise]: avete presente gli australiani The Drones? No? Malissimo, recuperare. Be’, questa band dal nome assurdo è il nuovo figlioletto del loro cantante, tale Gareth Liddiard, che però è l’unico uomo del gruppo. Le Tropical Fuck Storm, quindi, suonano un alternative rock feroce che a volte assume tratti robotici, e al quale piace andare a scaldarsi in torride acque blues punk. Il lavoro di insieme spacca, nientemeno. L’alternarsi delle voci aggiunge fascino e grandezza. Un mezzo capolavoro.


Xenony – Polish Space Program [Instant Classic]: il secondo (gran) disco degli Xenony nasce dalla volontà di Piotr Bukowski, fino ad allora unico detentore del nome, di suonare dal vivo i pezzi del debutto, “XE”. Ne sono nati l’incontro con Paweł Bebech Górski e Karol Koszniec, lunghe sessioni di prove e, di lì a valanga, nuove composizioni. Che hanno preso la forma di un’elettronica quadrata e potente, pregna di umori spaziali e fantascientifici, che a volte sa mutarsi in canzone fatta e finita, una canzone wave fredda e aliena (Ziemia). Un trip sicuro, di provata bellezza.

Dischi che ho ascoltato con gran gusto et trasporto

AA.VV. – African Scream Contest 2 [Analog Africa]
AA.VV. – We Out Here [Brownswood]
Alameda 4 – Czarna Woda [Instant Classic]
Anna Calvi – Hunter [Domino]
Anthroprophh – Omegaville [Rocket]
Archie & the Bunkers – Songs from the Lodge [Dirty Water]
Archie & the Bunkers – The Traveler/Looking [Norton]
Beak > – >>> [Invada]
Bellini – Before the Day Has Gone [Temporary Residence]
Black Rainbows – Pandæmonium [Heavy Psych]
Bodega – Endless Scroll [What’s Your Rupture]
Bong – Thought and Existence [Ritual]
Civic – Those Who No EP [Anti Fade]
Constant Mongrel – Living in Excellence [Anti Fade]
Dead Meadow – The Nothing They Need [Xemu]
Deafheaven – Ordinary Corrupt Human Love [Anti-]
Death Grips – Year of the Snitch [Third Worlds]
Death Pedals – Death Pedals [Hominid Sounds]
Death Valley Girls – Darkness Rains [Suicide Squeeze]
Evil Blizzard – The Worst Show on Earth [Crackedankle]
Gloria – Oidophon Echorama EP [Howlin’ Banana/Ample Play]
Go!Zilla – Modern Jungle’s Prisoners [Teenage Menopause]
Graveyard – Peace [Nuclear Blast]
Green Desert Water – Solar Plexus [Small Stone]
Guided By Voices – Space Gun [Guided By Voices]
Here Lies Man – You Will Know Nothing [RidingEasy]
High on Fire – Electric Messiah [eOne]
Hot Snakes – Jericho Sirens [Sub Pop]
ILL – We Are ILL [Box]
Insecure Men – Insecure Men [Fat Possum]
Jaye Jayle – No Trail and Other Unholy Paths [Sargent House]
Just Mustard – Wednesday [Pizza Pizza]
Lonker See – One Eye Sees Red [Instant Classics]
Mamuthones – Fear on the Corner [Rocket]
Nadia Struiwigh – WHRRu [Denovali]
Oh Sees – Smote Reverser [Castle Face]
Orchestre Abass – De Bassari Togo [Analog Africa]
Pat Todd & the Rankoutsiders – Took a Wrong Turn 7” [Wild Honey]
Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs – King of Cowards [Rocket]
Protomartyr – Consolation EP [Domino]
Psychlona – Mojo Rising [Cursed Tongue]
River Cult – Halcyon Daze [Blackseed]
Salad Boys – This Is Glue [Trouble in Mind]
Shame – Songs of Praise [Dead Oceans]
Shogun and the Sheets – Hold on Kid/Pissing Blood [What’s Your Rupture?]
Simply Saucer – Cyborgs Revisited [In the Red]
Sly & Robbie Meet Nils Petter Molvær feat. Eivind Aarset and Vladislav Delay – Nordub [OKeh]
Sons of Kemet – Your Queen Is a Reptile [Impulse!]
Spiritual Cramp – Police State EP [Deranged]
Spiritualized – And Nothing Hurt [Bella Union]
Stephen Malkmus & the Jicks – Sparkle Hard [Matador/Domino]
The Body – I Have Fought Against It, but I Can’t Any Longer. [Thrill Jockey]
The Body/Uniform – Mental Wounds Not Healing [Sacred Bones]
The Brian Jonestown Massacre – Something Else [A]
The Good, the Bad & the Queen – Merrie Land [Studio 13]
The Skull Defekts – The Skull Defekts [Thrill Jockey]
Ty Segall – Freedom’s Goblin [Drag City]
Uniform – The Long Walk [Sacred Bones]
Yo La Tengo – There’s A Riot Going On [Matador]
YOB – Our Raw Heart [Relapse]

Le minacce alla serenità, ovvero le delusioni

Buffalo Tom – Quiet and Peace [Schoolkids]: niente, è solo che ad ascoltare i Buffalo Tom di ora, sapendo quello che erano i Buffalo Tom negli anni Novanta, fa un po’ male e ti fa dire bah.

Mudhoney – Digital Garbage [Sub Pop]: facciamola finita, basta con i giri di parole e le prese per il culo. Non ci siamo più, e da un po’ di tempo. Potranno pure azzeccare qualche pezzo e qualche attacco, ma il ruggito è andato ed è rimasto poco più che cenere, o materiale per nostalgici che non vogliono ammettere a se stessi di essere invecchiati dentro. Finalmente l’ho detto. Ora scusate vado a piangere.

Ought – Room Inside the World [Merge]: sul serio, stavo per vomitare, ma cos’è ‘sta roba? Qualcuno dica al signor Darcy che sta un attimino esagerando con quei vocalizzi, che insomma va bene anche meno e che per fare post-punk non c’è bisogno di imitare Ian Curtis a tutti i costi, che poi si rischia di rasentare il ridicolo.

Ryley Walker – Deafman Glance [Dead Oceans]: quella cosa folk hippie a base di Tim Buckley e Van Morrison che riempiva i primi due dischi (e che nel primo emanava luce) ha velocemente rotto il cazzo a tutti, persino al suo autore. Che ha deciso di darsi alle cose sperimentali e post-qualcosa. Fallendo miseramente.

School Damage – A to X [Chapter]: l’anno scorso ci avevano divertito (me e qualche altro stronzo che potete contare sulle dita di una mano), con un bel dischetto di pop adolescenziale schietto e anfetaminico. Mi aspettavo la replica e invece hanno un po’ «baroccato», aggiunto cose ed è crollata la magia.

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