Nero Kane – Love in a Dying World [American Primitive, 2018]

Nero Kane_Love in a Dying World

La storia, da un decennio a questa parte, ci racconta di un Nero in costante evoluzione, come alla ricerca costante di una voce sua, o a voler sperimentare se stesso intorno alle sette note. L’ultimo approdo di questo percorso (le tappe precedenti le trovate qui, qui, qui e qui) si presenta come l’esordio della nuova ragione sociale: Nero Kane. E l’ultima stazione, che dunque è anche la prima, è il deserto, attraversato da un vento caldo di note pizzicate che disegnano un paesaggio interno oscuro e decadente.

“Love in a Dying World” è Nero Kane e le corde della sua chitarra, spesso arpeggiate, la sua voce, che con gli anni si è fatta più evocativa e personale, e altri strumenti sparsi (un violino, un organo, un basso, una chitarra più ruvida, un piano) che concorrono a disegnare le atmosfere, creando loop ipnotici o paesaggi sonori più articolati. E poi c’è il deserto fuori e dentro, paesaggio silenzioso e vasto che ingoia tutto. Le ballate folk blues che compongono il disco suonano come degli inni a quel deserto, alla sua notte fredda, muta e distante, delle odi oscure alla sua cieca solitudine, frutti decadenti delle sue piante rade.

Ci sono le bellissime Now the Day Is Over e Because I Knew Not My Life Was Good, le due perle del disco, ispirate a Nero dalla lettura di un libro di inni sacri della Chiesa presbiteriana americana (The Hymnbook, del 1955); c’è Living on the Edge of the Night, dove la voce e la melodia ben si sposano creando un impasto memorabile, arricchito da un violino e da un breve ma intenso duetto con una voce femminile; o Dream Dream, con quel basso oscuro che scivola sapientemente sul tappeto di acustica a cercare il picco emozionale. Si fa ben notare anche Eleonor, mostrando aperture melodiche inedite su quello che poteva essere un ritornello ma che per fortuna è un lungo finale. La chiusura del disco è affidata poi, saggiamente, a uno strumentale di razza, che è anche la traccia che dà il titolo al disco

Il disco è stato registrato e prodotto presso la Valley Recording Company a Los Angeles, sotto l’attenta supervisione di Joe Cardamone (Icarus Line, Holy War), che ha anche suonato tutti gli altri strumenti e pubblicato il disco sotto l’ala del suo collettivo American Primitive. Ad accompagnare l’album c’è il film omonimo di Samantha Stella, girato negli spazi desertici della California e diviso in dieci capitoli basati sui dieci pezzi del disco di Nero. È una compagnia di sostanza, quella del film, che contribuisce a elevare l’atmosfera decadente delle canzoni, le quali a loro volta contribuiscono a dare una patina oscura e decadente ai filmati.

Se c’è qualcosa da migliorare, in questo quadro di oscurità e decadenza ben dosate che altrimenti rasenterebbe la perfezione, è la metrica, che a volte sembra inciampare, quando l’italiano inconscio prende il sopravvento e fa lo sgambetto al pieno e perfetto dispiegarsi dell’inglese, dando una sensazione di straniamento. Ma la cosa non vi distragga, lasciatevi invece cullare e intorpidire l’anima da queste calde e oscure ballate, ne avrete di che viaggiare.

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