Il minestrone a primavera (2019 edition)

Il minestrone, sì. Perché è maggio e sarebbe primavera ma è una primavera che puzza di novembre e a novembre ci vuole il minestrone, è risaputo. E pure perché in questi mesi di lavoro a capo chino, dentro ai quali son riuscito a ricavare spazi angusti per Loud Notes, appena sufficienti ad accogliere qualche singolo, di dischi belli e interessanti ne sono usciti in abbondanza, e ho voglia di iniziare a parlarne.

King Gizzard & the Lizard Wizard – Fishing for Fishies [Flightless]: dopo ben quattro mesi di riposo tornano Loro, sì Loro, quelli dei cinque dischi all’anno e tutti belli. Stavolta provano a giocare col boogie, snaturandolo con copiose dosi di gentilezza pop psichedelica e movenze robotiche, e la cosa esce fuori sorprendente e dolce, resta, fa compagnia, fa ballare, seduce. (La title track è diventata la mia sveglia mattutina).


Kooba Tercu – Kharrub [Hominid Sounds]: questi pazzi sono dei pazzi greci, e fanno una musica che qualche cretino affezionato al «musichese» anglocentrico potrebbe pure chiamare «world music». La verità? La verità è che “Kharrub” esplode di influenze mediterranee e africane, e va bene, ma gioca pure volentieri con l’elettronica, con il (punk)noise e persino con lo shoegaze. Possono ricordare i nostri Mamuthones, alle volte. Sono ballabili e taglienti. Ci sarebbero delle cosette da rifinire, qualche angolo da smussare, ma il livello di interesse straborda e quindi pollice in su.


Kungens Män – Chef [Riot Season]: questo mi limito a citarlo, perché ne ho già scritto una recensione per il blog di Collective Waste, con il quale collaboro da un paio di mesi.


Love Trap – Rosie [Wild Honey]: i Love Trap sono Stefano Isaia (Movie Star Junkies, LAME) and Marco Spigariol (Vermillion Sands, Krano) che jammano chiusi in camera muniti del poco che basta a tirar su un disco di folk lo-fi con tutti gli attributi al posto giusto. Le melodie, l’indolenza, gli arrangiamenti minimali eppure penetranti, l’atmosfera amichevole, intima, dolcemente oscura e prena di cazzeggio. Una bellezza infinita, in sostanza.


Metro Crowd – Planning [Maple Death]: finalmente è arrivato l’esordio dei romani Metro Crowd, e giustamente è arrivato su Maple Death. E ancor più giustamente è quel concentrato disordinato, rumoroso e robusto di umori industriali e voglie sperimentali che potevamo ragionevolmente aspettarci. Li avevo incontrati sul palco del Monk di spalla ai Protomartyr tre anni fa e mi avevano rapito, ma qui hanno superato i livelli di guardia. Qui ci sono i clangori industriali delle città pattumiera e il fondo buio del Mediterraneo. C’è la voglia di picchiare e quella di esplorare oltreconfine. Bello.


The Budos Band – V [Daptone]: che volete che vi dica, quando parte la Budos Band non ce n’è per nessuno. Nessuno. “V” si muove sulle coordinate del precedente “Burnt Offering” (2014), che poi sono quelle di sempre e che fanno della band newyorkese, a guardar gli sviluppi di certi incontri musicali di questi anni, una delle band più influenti dell’ultimo decennio. Afrobeat, jazz etiope, soul e proto-metal, psichedelia pesante. Rigorosamente strumentale. La novità è che l’oscurità s’è fatta più penetrante, la sensazione di minaccia e pericolo si sente a pelle, si balla meno e si scruta l’abisso un po’ più a fondo. È un abisso tremendamente eccitante.


The Gentlemens – Triage [Hound Gawd!]: graditissimo il nuovo lavoro dei Gentlemens. Rock’n’roll di pregevole fattura, tirato, smuoviculi e tiracalci. Garage rock col basso duro, iniettato di boogie, di r&b, di soul, di blues e di irriverenza punk. Arrangiato come dio comanda e suonato di fino (si fa per dire). È un piacere ascoltarlo, è un grandissimo piacere riascoltarlo, poi diventa solo (solo?) estrema goduria e ringhi e balli: è gloria, e allora grazie.


The Kaams – Kick It [Area Pirata]: l’etichetta pisana ci porta tra le braccia dei bergamaschi Kaams a cinque anni dal loro ultimo LP, il bel “One To Six”. Cinque anni sono un secolo nel globo musicale di questi anni Dieci, ma ai Kaams non sembrano aver lasciato ruggine né rughe profonde (anche se hanno portato loro qualche cambio in formazione). La pasta è più matura, ma quello che esce dalle casse è il solito rock’n’roll e garage rock dalle tinte soul e r&b che i Nostri sanno maneggiare con la sicurezza dei grandi. Che sanno maneggiare oggi meglio di ieri, per dire. Un graditissimo ritorno.

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